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Catherine Spaak: "Quei poveri ragazzi, illusi dai reality"

BOLOGNA - La televisione dei talent-show crea dei personaggi ma non degli artisti, è solo una fabbrica di popolarità ed è anche pericolosa per chi la frequenta». Con la sua voce soave, Catherine Spaak demolisce uno dei prodotti vincenti della tivù del Duemila e lo fa dall’alto di un’esperienza quasi cinquantennale nel mondo dello spettacolo: nel 1960 esordiva nel cinema con I dolci inganni di Lattuada, poi una lunga serie di film con i maestri della commedia all’italiana, da Risi a Monicelli a Comencini, quindi il teatro, le canzoni e poi la tv, con il successo di Harem. Ora Spaak torna al teatro, con un poema musicale tratto dal Piccolo principe di Saint-Exupéry di cui sarà la voce recitante e che inaugura l’Emilia-Romagna Festival il 29 giugno a Imola.

«Insieme al direttore artistico, Massimo Mercelli, con cui ho già fatto uno spettacolo su Baudelaire, abbiamo scelto l’opera di Saint-Exupéry perché è un capolavoro, è un racconto che conoscono tutti, è ancora un bestseller e ha a che fare con la Francia. Un lavoro da non prendere alla leggera, con la musica di quattro compositori importanti: Luis Bacalov, Maurizio Fabrizio, Philip Glass, Krzysztof Penderecki».

Lei ha recitato con molti registi e attori italiani, con quali di loro si è trovata meglio?
«Ciascuno ha la sua personalità, citarne solo alcuni sarebbe far torto agli altri. Diciamo che con Marcello Mastroianni e Jean-Louis Trintignant ho avuto i rapporti d’amicizia più belli, avevano qualcosa in più, li ricordo con grande piacere e tenerezza. Fra i registi invece c’è stato sicuramente Monicelli, anche se sul set era scomodo: quando abbiamo fatto L’armata Brancaleone vigeva la goliardia maschile. Non era facile lavorare con questo gruppo di uomini. A Risi, Salce e Lattuada devo moltissimo e tranne pochissimi, che non nominerò, mi sono trovata sempre bene e in ottima compagnia».

Continua a lavorare nel cinema?
«Doveva uscire in questo periodo Alice, in cui ho il ruolo di una fioraia esoterica, ma la distribuzione è sempre complicata. È difficile per me trovare parti che mi piacciono, e fare la mamma o la nonna non mi interessa. A teatro invece l’inverno scorso ho debuttato con un monologo su Vivien Leigh, e per tre anni ho portato in tour un mio testo su Edith Piaf».

Che impressione ha del cinema italiano attuale?
«Oggi ci sono delle cose interessanti, ma le tecniche sono cambiate moltissimo: il regista non sta più sul set ma nel gabbiotto dove visiona direttamente il filmato. Gli Anni Sessanta erano un’epoca particolare che è stata rivalutata in seguito, perché all’epoca la commedia all’italiana non era molto ben vista dalla critica. Era un periodo d’oro, con registi e attori fantastici».

Parliamo di televisione: che effetto le fa la formazione artistica nei talent-show?
«Mi fa ridere! La tivù crea dei personaggi, non degli artisti. Magari sono anche divertenti, ma non hanno niente a che vedere con chi intraprende seriamente questo tipo di lavoro. È la fabbrica della popolarità, non c’entra con gli artisti, non ne produce. Quelli che partecipano ai talent show vanno bene a inaugurare qualche discoteca. Sono stati scoperti anche cantanti validissimi, è vero, ma sono eccezioni, altrimenti sono “personaggi” che finiscono in qualche mese, o in qualche anno. Una vera e propria scuola non può essere un reality. Il video trasforma e manipola le persone e i ragazzi rischiano di avere problemi per le illusioni che si creano: la popolarità improvvisa che sfuma lascia molta amarezza. C’è un consumismo di volti e persone molto negativo, e con i giovani può essere deleterio».

La rivedremo in televisione?
«Tutto quello che ho proposto, naturalmente per la seconda serata, è stato bocciato: mi sono sentita dire che era troppo serio, o troppo intelligente, o troppo di approfondimento, insomma, “troppo”, e allora ho smesso di fare proposte. Eppure c’è una fascia di pubblico non di massa che avrebbe bisogno di alcune cose e negargliele per me è un errore. Harem ha avuto successo per questo, non era né intellettuale né gossip, ma nel suo piccolo toccava argomenti che avevano qualcosa a che fare con le persone. E allora se io sono sempre “troppo”, faccio le mie cose altrove, nel teatro e nella vita. Non è che mi disperi più di tanto...».

di FRANCO GIUBILEI da La Stampa 27/6/2009

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